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I ragazzi verso il mondo del lavoro: l’adattamento conta più dello studio, difficile trovare “resistenza e precisione”

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Ecco come la Generazione Z (poco più che ventenni) si approccia al mondo delle professioni.

Hanno poco più di vent’anni e stanno transitando dai banchi dello studio al lavoro. Sono la Generazione Zeta, quella nella quale si ripone gran parte delle speranze per il futuro e che si trova per le mani una fase di transizione come non si vedeva da decenni. Come vedono la professione? Uno “strumento per procurare reddito” è ancora la voce che trova il maggior consenso, ma si fanno strada altre sensibilità. Il lavoro è per questi giovani “luogo di impegno personale” e arrivano a superare il 90% anche le voci “un modo per affrontare il futuro” e “una modalità di autorealizzazione”.

All’analisi di questa fetta di popolazione si è dedicata Umana, con la collaborazione scientifica dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto G. Toniolo di Milano e Valore D, in un convegno presso Assolombarda.

Dagli studi presentati è emerso uno spaccato variegato. Il sociologo Alessandro Rosina ha rimarcato come l’autorealizzazione sia indietro in graduatoria come ‘scorià della crisi economica: le persistenti difficoltà del Paese hanno reso più concreti e pragmatici i giovani rispetto alle condizioni materiali. “La preoccupazione principale è quindi quella di un buon stipendio (94,2%), che porta con sé anche la possibilità di affrontare il futuro (91,3%). In mezzo c’è però la consapevolezza della necessità di mettere l’impegno personale (93,1%), che risulta anche un modo per sentire il lavoro come qualcosa di proprio, che coinvolge e stimola a fare e migliorarsi”, dice una sintesi delle evidenze raccolte.

Nonostante questo pragmatismo obbligato, infatti, le voci quali la “coerenza con le proprie passioni” (56,3%) e le “prospettive di carriera” (54%) sono quelle che aumentano in modo più rilevante nella Generazione Z e “riflettono un aumento della visione positiva del lavoro”. Che qualcosa continui a non funzionare nel rapporto tra accademia/scuola e impresa emerge chiaramente quando i ragazzi dicono che il titolo di studio conta poco o nulla (13,6%) rispetto alla capacità di adattarsi (44,9%).

E le imprese? Dalla Generazione Z cercano ovviamente competenze “nuove”: l’uso delle nuove tecnologie (72,5%) su tutto. Le aziende ritengono che per la Generazione Z e per i giovani Millennials sia riconosciuta la centralità del lavoro insieme all’importanza di avere tempo da dedicare ad attività extra lavorative e alla vita privata: flessibilità oraria (97,4%), tempo libero per la cura dei cari (92,3%), poter lavorare da casa o da altra sede (92,3%), tempo libero per attività extra (92,1%). Non mancano le critiche rispetto al passato: destrezza manuale, resistenza e precisione (80,5% delle aziende ritiene siano diminuite); lettura, scrittura, matematica e ascolto attivo (63,4% ritiene siano diminuite) abilità verbali, uditive, mnemoniche e spaziali (46,3% ritiene siano diminuite).

Fonte: Repubblica

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