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Più carriera e flessibilità, ecco cosa vogliono i Millennial

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Cosa vogliono i Millennial dal lavoro? Che cosa hanno di diverso rispetto alle generazioni che li hanno preceduti? I nati fra gli anni ’80 e il 1996 stanno bussando alle porte delle aziende e le imprese, quelle interessate a offrir loro un posto, stanno cercando di capire con chi hanno a che fare.Per dare una risposta alle loro domande la School of Management della Bocconi ha avviato uno studio ad hoc curato da Beatrice Manzoni e Federico Magni. Scoprendo che per i trentenni di oggi. – complice la crisi economica – sono più importanti le opportunità di sviluppo e formazione che le aspettative sulla retribuzione fissa  o il clima respirato nell’ambiente di lavoro. I Millennial – avvertono – hanno obiettivi alti e se percepiscono la difficoltà di poterli soddisfare in tempi brevi, riempiono lo scatolone e si lasciano l’azienda alle spalle.  Ma temerli, guardare con sospetto al loro individualismo e non approfittare dell’energia che li caratterizza, sarebbe un errore imperdonabile.

Il ritratto generazionale messo a fuoco dalla Bocconi parte da uno studio a campione su 1.600 lavoratori realizzato alla fine del 2018 e teso a mettere a confronto le tre fasce d’età che convivono oggi nelle aziende.  I Baby boomer, nati fra il 1946 e ’60; la Generazione X (1961-79) e appunto i Millennial, figli degli anni Ottanta e Novanta. Chi appartiene alle tre fasce ha condiviso adolescenza, clima politico, grandi eventi storici che  hanno caratterizzato le loro vite e li hanno uniti riguardo ad un comune sistema di valori. Per questo è possibile “misurare” l’atteggiamento verso il lavoro delle tre diverse generazioni.

Al di là degli stereotipi lo studio mette a fuoco precisi tratti distintivi. I Millennial, e non solo perché più giovani, puntano alla possibilità di crescere, di far carriera, godere di benefit e alla possibilità di avere orari di lavoro flessibili resi possibili dall’approccio digitale (il 70%, per esempio, controlla le email dal letto, il 57 % dal bagno e il 27% dalla guida, fa notare lo studio). Peccano, rispetto ai quarantenni-cinquantenni  riguardo al senso di squadra: sono più individualisti e più attenti ad un bilanciamento fra vita lavorativa e non. Ma rispetto alla Generazione X hanno meno paura di perdere il posto e non si accontentano.

Come spesso accade però, anche nelle imprese i migliori risultati si ottengono dai mix: “Le aziende corrono in rischio di cadere in due errori” dice Beatrice Manzoni, autrice dello studio e professore associato alla School of Management della Bocconi. “Da una parte tendono a non investire sui Millennial per paura che se ne vadano. Dall’altra rischiano di perdere di vista le due generazioni precedenti che pur rappresentano ancora la maggioranza della forza lavoro”. “E’ invece fondamentale costruire   confronto – suggerisce Manzoni – Se per la Generazione X è importante sentirsi integrata, utilizziamola anche per far crescere i Millennials”. Perché, conclude lo studio, uscire da un’ottica di scontro generazionale e ripensare, in questo senso, a ruoli e obiettivi è una sfida che l’azienda competitiva non può lasciarsi sfuggire.

Fonte: Repubblica- Luisa Grion

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